Tutto ok, è iPhone.

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Tutto ok, è iPhone.
Ma è davvero tutto ok?

Non voglio partire dalla domanda più semplice: un bambino così piccolo dovrebbe avere uno smartphone in mano oppure no? Vorrei partire da ciò che viene prima. Perché, per raccontare un prodotto, scegliamo proprio l’immagine di un bambino che lo tiene tra le mani? E perché questa immagine ci sembra così familiare?

Oggi vedere un bambino piccolo con uno smartphone non è raro. Ed è proprio questo il punto. Quando vediamo spesso qualcosa, ci abituiamo. E quando ci abituiamo, rischiamo di pensare che sia normale solo perché è diventato comune.

Una pubblicità non crea da sola questa normalità. Ma le immagini che vediamo contribuiscono al modo in cui immaginiamo l’infanzia. Allora quel “tutto ok” può diventare una domanda rivolta a noi adulti: che cosa siamo arrivati a considerare normale quando guardiamo un bambino?
Tutto ok, è davanti a uno schermo

Vedere un adulto davanti a un computer non ci sorprende. Può essere lì per lavorare, scrivere, progettare o comunicare. Se penso a un bambino molto piccolo, però, penso prima di tutto ad altre esperienze. Penso al corpo, al movimento, al gioco, alle parole, alle relazioni, agli oggetti da toccare e al mondo da esplorare.

Questo non significa che la tecnologia debba essere esclusa dall’infanzia. Uno strumento digitale può servire per comunicare, imparare, creare e rendere alcune esperienze più accessibili.

Il punto è un altro. Perché lo smartphone è nelle mani del bambino? Sta facendo qualcosa con l’adulto? Sta imparando? Sta giocando? Lo utilizziamo per occupare un’attesa? Per evitare la noia? Per calmarlo? Perché noi adulti abbiamo bisogno di qualche minuto?

Prima di domandarci “quanto tempo?”, dovremmo chiederci “perché?”. Lo stesso strumento può avere significati molto diversi.

Tutto ok, è fango

Proviamo a cambiare la pubblicità.

“Tutto ok, è fango.” Un bambino è completamente sporco perché ha giocato con la terra. Ha toccato, scavato, mescolato e sperimentato.

Oppure: “Tutto ok, si sta annoiando.” Nessuno gli propone subito qualcosa da fare. O ancora: “Tutto ok, ci sta provando.” Sta facendo qualcosa da solo. Può sbagliare e ricominciare. L’adulto c’è, ma non interviene al posto suo.

Come reagiremmo davanti a queste immagini?

Non significa che il fango sia sempre positivo e lo smartphone sempre negativo. La domanda riguarda noi adulti. Ci preoccupa di più un bambino sporco o un bambino che passa ogni attesa davanti a uno schermo? Perché sentiamo il bisogno di riempire subito la noia? Perché a volte facciamo fatica a lasciarlo provare?

Forse dovremmo chiederci non soltanto che cosa è diventato normale, ma anche quali esperienze tipiche dell’infanzia facciamo sempre più fatica a lasciare vivere ai bambini.

Tutto ok, è nudo

Possiamo andare ancora oltre.

“Tutto ok, è nudo.”

Probabilmente questa immagine ci farebbe reagire in modo diverso. Eppure il corpo nudo di un bambino non è, di per sé, qualcosa di indecente. Un bambino può essere nudo mentre si lava, si cambia, scopre il proprio corpo o semplicemente vive un momento della sua quotidianità.

Ma c’è una differenza importante: essere nudi non significa essere esposti.

Possiamo insegnare a un bambino che il suo corpo non è qualcosa di cui vergognarsi e, nello stesso tempo, proteggerne l’intimità.

Ed è qui che possiamo tornare alla pubblicità. Perché fino a questo momento abbiamo guardato soprattutto l’iPhone. Ma nella fotografia c’è anche un bambino. La sua immagine viene mostrata a moltissime persone per comunicare un prodotto.

Allora la domanda cambia: non riguarda più soltanto ciò che il bambino tiene in mano. Riguarda anche ciò che noi adulti facciamo della sua immagine.

Tutto ok, è un bambino

Usare l’immagine di un bambino in una pubblicità non significa automaticamente fare qualcosa di sbagliato. Esistono autorizzazioni e forme di tutela. Ma una domanda educativa può andare oltre.

Un bambino molto piccolo può capire davvero che cosa significa vedere il proprio volto su una pubblicità? Può immaginare quante persone lo vedranno? Può capire che quell’immagine potrebbe continuare a circolare nel tempo?

Proprio perché è un bambino, le domande dovrebbero aumentare, non diminuire.

Non basta chiederci: “Si può fare?”. Possiamo domandarci anche: è necessario? Chi ne trae beneficio? Che cosa comprende il bambino? Può partecipare alla scelta? Quale immagine di lui stiamo lasciando? Potrebbe, crescendo, desiderare che quella fotografia non fosse mai diventata pubblica?

Un adulto può prendere molte decisioni per un bambino. Ma poter decidere non significa che non dobbiamo più interrogarci su quella decisione.

Tutto ok, è tecnologia

A questo punto potremmo arrivare a una conclusione troppo semplice: meglio il fango dell’iPhone.

Non è questo il punto.

Un bambino può giocare nel fango e utilizzare uno strumento digitale. Può arrampicarsi e guardare un cartone. Può annoiarsi e, in un altro momento, usare un’app. La tecnologia può avere un posto nella vita dei bambini e può offrire possibilità importanti.

Ma avere un posto non significa occupare ogni posto.

Per questo davanti a quel bambino possiamo tornare alla frase iniziale: “Tutto ok, è iPhone.”

È davvero tutto ok? Dipende. Dall’età, dal motivo per cui viene utilizzato, dal contenuto, dal momento, dalla presenza dell’adulto e da ciò che permette al bambino di fare.

Ma dipende anche da un’altra cosa: da ciò che lo smartphone, in quel momento, sta sostituendo.

Questa riflessione sembrava parlare di un iPhone. In realtà parla soprattutto di noi adulti.

Ciò che vediamo spesso diventa familiare. E quando qualcosa diventa familiare, rischiamo di smettere di farci domande. Ma “lo fanno in tanti”, “è normale” e “va bene per un bambino” non significano la stessa cosa.

La tecnologia può fare parte della vita di un bambino. Ma non per questo deve diventare l’immagine normale dell’infanzia.

La pedagogia non deve sempre dirci che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. A volte ha un altro compito: farci tornare a vedere ciò che abbiamo smesso di osservare perché ci siamo abituati.

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