Serve davvero una diagnosi per usare la CAA?

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Serve davvero una diagnosi per usare la CAA?
Una sequenza di immagini. Un simbolo accanto a una parola. Una fotografia che mostra cosa accadrà dopo.

A volte basta proporre uno di questi strumenti perché arrivi una domanda: “Ma se il bambino parla, perché dovrebbe averne bisogno?”. Come se rendere visibile un’informazione fosse necessario soltanto in presenza di una difficoltà certificata.

Eppure possiamo parlare perfettamente e non riuscire comunque a comprendere un’informazione, ricordare una sequenza o rappresentarci ciò che accadrà. Allora forse la domanda non è chi “ha bisogno” della CAA, ma quando una comunicazione può diventare più accessibile grazie a un supporto in più.
Parlare non significa necessariamente comprendere

Saper utilizzare il linguaggio verbale non significa riuscire sempre a comprendere tutto attraverso le sole parole.

Pensiamo a quante informazioni chiediamo a un bambino di trattenere: “Adesso mettiamo via, poi andiamo in bagno, ci vestiamo e dopo usciamo”. Per noi la sequenza è evidente perché possiamo rappresentarcela mentalmente. Per un bambino potrebbe non esserlo altrettanto.

Un supporto visivo non sostituisce necessariamente quella frase. Può rimanere disponibile quando le parole sono già scomparse. Il bambino può guardarlo di nuovo, ritrovare un passaggio e capire dove si trova nella sequenza senza dover dipendere continuamente dall’adulto.

La CAA non appartiene a una diagnosi

La Comunicazione Aumentativa e Alternativa non è una diagnosi e non identifica una categoria di bambini. È un insieme di strategie e strumenti che possono sostenere la comunicazione e la comprensione.

La parola “aumentativa” è fondamentale: significa aggiungere possibilità. La parola può essere accompagnata da un gesto, un’immagine, un simbolo, una fotografia o una sequenza visiva.

Questo non significa che tutti i bambini debbano utilizzare gli stessi strumenti nello stesso modo. Significa che non dobbiamo aspettare necessariamente una certificazione per domandarci se un’informazione potrebbe essere resa più accessibile.

Se può aiutare, perché aspettare una difficoltà?

Spesso gli strumenti inclusivi arrivano dopo: dopo che abbiamo osservato una fatica, dopo una valutazione, dopo una diagnosi o quando un comportamento è ormai diventato difficile da gestire.

Ma una fotografia che anticipa un’attività o una sequenza visiva non hanno bisogno di essere “prescritte” per diventare utili.

Possiamo rovesciare la prospettiva: non introdurre uno strumento soltanto perché un bambino ha dimostrato di non riuscire senza, ma metterlo a disposizione perché potrebbe facilitare la comprensione. Chi ne ha bisogno potrà utilizzarlo molto; chi non ne ha bisogno semplicemente lo utilizzerà meno.

Uno strumento inclusivo non deve essere riservato a qualcuno

Quando un supporto viene introdotto soltanto per il bambino con una diagnosi, rischiamo paradossalmente di trasformare uno strumento inclusivo in un elemento che distingue.

Una sequenza visiva della giornata può essere disponibile per tutta la sezione. Le immagini degli spazi possono essere consultate da tutti. Un “prima-poi” può accompagnare il gruppo, pur diventando particolarmente importante per alcuni bambini.

L’accessibilità funziona meglio quando entra nella progettazione ordinaria: non dobbiamo costruire un ambiente per la maggioranza e aggiungere successivamente qualcosa per chi fatica ad accedervi. Possiamo progettare fin dall’inizio più modi per comprendere la stessa informazione.

Dire non è sempre comunicare

“Gliel’ho detto” descrive ciò che ha fatto l’adulto, non ciò che ha ricevuto il bambino.

Comunicare richiede anche di domandarsi se il messaggio sia accessibile alla persona che abbiamo davanti. A volte la parola è sufficiente. Altre volte servono un’immagine, un gesto, un oggetto, una dimostrazione o semplicemente più tempo.

È un cambio di prospettiva importante: invece di attribuire immediatamente al bambino la responsabilità di non aver capito, possiamo osservare anche come abbiamo comunicato.

L’inclusione può cominciare proprio qui: non chiedendo a tutti di comprendere nello stesso modo, ma offrendo più strade per arrivare alla stessa informazione.

La CAA non dovrebbe comparire soltanto quando qualcuno certifica che un bambino ne ha bisogno. Rendere un’informazione più visibile, stabile e accessibile può essere una scelta educativa quotidiana.

Non significa utilizzare simboli ovunque né trasformare ogni ambiente in un sistema di comunicazione aumentativa. Significa avere più strumenti e scegliere quelli utili alle persone e al contesto che abbiamo davanti.

Perché forse un ambiente inclusivo non è quello che interviene quando qualcuno rimane escluso, ma quello che prova, fin dall’inizio, a costruire più possibilità di accesso.

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