Ipersessualizzazione dell’infanzia

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Ipersessualizzazione dell’infanzia
“È la tua fidanzatina?”
“Eh, allora sei innamorato!”
“Ti piace quella bambina?”

Frasi spesso dette sorridendo, senza alcuna intenzione negativa. Eppure aprono una domanda importante: quel significato appartiene davvero al bambino o glielo stiamo attribuendo noi?

Parlare di ipersessualizzazione dell’infanzia non significa considerare il corpo o la sessualità qualcosa da nascondere. Significa interrogarsi su ciò che accade quando comportamenti, corpi e relazioni infantili vengono letti attraverso significati sessuali, sentimentali o adultizzati che non appartengono necessariamente all’esperienza del bambino.
Che cos’è davvero l’ipersessualizzazione

L’ipersessualizzazione si verifica quando al corpo, all’aspetto, ai comportamenti o alle relazioni di un bambino vengono attribuiti significati sessualizzati o adultizzati non adeguati alla sua età e al suo sviluppo.

Può accadere davanti a un abito, a un gesto, a un gioco o a una relazione. Non è necessariamente ciò che fa il bambino a essere sessualizzato: può esserlo lo sguardo con cui l’adulto lo interpreta.

Per questo è importante distinguere ciò che il bambino sta facendo dal significato che noi gli attribuiamo.

Quando siamo noi adulti ad aggiungere un significato

Due bambini si cercano continuamente, vogliono sedersi vicini, si tengono per mano o si abbracciano. Possiamo osservare che tra loro esiste un legame importante. Definirli automaticamente “fidanzatini”, invece, aggiunge una categoria adulta che non è necessaria per comprendere ciò che stanno vivendo.

Lo stesso vale per il gioco. Indossare un vestito, imitare un adulto, esplorare il corpo o sperimentare ruoli non significa vivere quell’esperienza con i significati che avrebbe per noi.

“Giocano sempre insieme” descrive ciò che vediamo. “Sono fidanzati” contiene già la nostra interpretazione.

Anche il corpo può essere adultizzato

L’adultizzazione può riguardare anche il modo in cui guardiamo e commentiamo il corpo dei bambini. Il punto non è considerare problematico ogni complimento sull’aspetto, ma chiederci quale significato gli stiamo attribuendo e quanto spazio occupi l’apparenza nello sguardo che restituiamo loro.

Un bambino non è soltanto “bello”, “carino” o “elegante”. Possiamo interessarci anche a ciò che pensa, inventa, prova, costruisce e sceglie.

Il bambino ha bisogno di conoscere il proprio corpo prima di tutto come parte di sé, non principalmente attraverso il modo in cui viene osservato e valutato dagli altri.

“Era solo una battuta” non chiude la questione

L’intenzione conta, ma non è l’unico criterio educativo. Dire “stavo scherzando” spiega ciò che l’adulto voleva fare, ma non necessariamente quale significato le sue parole possono introdurre.

Le parole contribuiscono a costruire le categorie attraverso cui i bambini imparano a leggere ciò che vivono. Questo vale anche quando parliamo di loro con altri adulti pensando che non stiano ascoltando.

Non significa controllare ogni parola o perdere spontaneità. Significa poterci chiedere se quella lettura appartenga davvero al bambino oppure se siamo noi a riempire la sua esperienza di significati adulti.

Proteggere l’infanzia non significa creare un tabù

Evitare l’ipersessualizzazione non significa diventare imbarazzati davanti al corpo, impedire domande o trattare la sessualità come qualcosa di proibito.

Un bambino può conoscere i nomi corretti delle parti del corpo, fare domande sulla nascita, esprimere curiosità e imparare il rispetto dei propri confini e di quelli altrui. Un’educazione sessuo-affettiva adeguata offre parole, conoscenze e strumenti senza anticipare intenzioni e significati adulti.

Il corpo non ha bisogno di essere né sessualizzato né nascosto: può essere conosciuto, nominato e rispettato.

Rispettare i tempi dell’infanzia significa accompagnare ciò che emerge senza avere fretta di trasformarlo in qualcosa che assomigli al mondo adulto. Un’amicizia può essere un’amicizia. Un abbraccio può essere affetto. Un gioco può rimanere un gioco.

Contrastare l’ipersessualizzazione non significa negare il corpo, l’affettività o la sessualità. Significa lasciare ai bambini lo spazio per costruirne progressivamente i significati, senza decidere sempre noi adulti che cosa stanno vivendo.

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