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LUCRARE SULLA DISABILITA'?
Una riflessione necessaria
In questi ultimi giorni sono stata accusata, da un professionista, di “lucrare sulla disabilità”.
Mi è stato anche chiesto di regalare — quindi rendere gratuiti — i miei lavori.
Parto da qui, perché è necessario dirlo con chiarezza:
questa è un'accusa grave.
E merita una riflessione seria, non emotiva.
Quello che è stato asserito non è una critica costruttiva.
Non è confronto. Non è collaborazione.
È delegittimazione.
Il valore è nel pensiero, nel tempo, nello studio, nella progettazione e nell'adattamento che rendono i materiali realmente accessibili e utilizzabili.
Se seguiamo il ragionamento secondo cui
“se c'è disabilità allora deve essere tutto gratuito”,
allora dovremmo dire che:
- una famiglia che scrive un libro sulla propria esperienza sta sfruttando i propri figli
- una casa editrice che pubblica materiali inclusivi stia lucrando
- una pedagogista, una logopedista, una formatrice non devono essere retribuite
E, spingendoci oltre, dovremmo dire che:
- i medici che rilasciano certificazioni di invalidità “lucrano sulla disabilità”
- i centri diurni per persone con disabilità lucrano
- gli educatori domiciliari, le educatrici scolastiche, gli assistenti sociali lucrano
E ancora:
- chi produce o vende bastoni bianchi per persone cieche
- chi realizza pavimentazioni tattili e segnaletica in braille negli spazi pubblici ( LOGES - Linee di Orientamento Guida E Sicurezza)
- chi fabbrica tavolette braille, materiali tattili, ausili comunicativi
- chi sviluppa computer, tablet, puntatori oculari, software e tecnologie assistive
Secondo questa logica, tutti starebbero “lucrando sulla disabilità”.
Ma sappiamo bene che non è così.
Quello non è sfruttamento.
Quello è lavoro.
Un lavoro che richiede:
- competenza
- formazione
- ricerca
- responsabilità
- investimento economico
Ed è giusto che venga retribuito.
La disabilità non è un mercato, ma non può nemmeno diventare un alibi per pretendere lavoro gratuito.
Il lavoro educativo ha valore.
Sempre.
Anche — e soprattutto — quando si occupa di inclusione.
Colpisce, inoltre, che accusa di questo tipo arrivino da chi lavora nella scuola, dove ogni giorno insegniamo ai bambini:
- il rispetto
- i toni pacati
- la collaborazione
- il confronto non violento
Se questi valori non riusciamo ad agire tra adulti, come possiamo davvero trasmetterli?
Anche chi lavora "nel sostegno" percepisce uno stipendio grazie al riconoscimento di una disabilità.
E nessuno direbbe che “lucra sulla disabilità”, perché quello è lavoro educativo riconosciuto.
L'inclusione non significa chiedere gratuità selettiva.
Significato:
- riconoscere il valore del lavoro altruistico
- creare alleanze
- costruire ponti
È questo il modello adulto che dovremmo incarnare.
( Faccio ulteriori riflessioni più di stampo educativo in un piano generale e non concentrate sulla disabilità in un altro articolo se vuoi ti aspetto lì --> Quando il mondo educativo smette di farsi domande)
PS
(necessario, personale e non professionale)
A livello personale, sto aspettando da oltre un anno un sostegno economico riconosciuto dallo Stato per la disabilità di mia figlia (comma 3).
Parliamo di circa 500 euro al mese: cifre che sulla carta esistono, ma che nella realtà non arrivano.