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Quando il mondo educativo smette di farsi domande
Questo uno sfogo personale e professionale.
E nasce da una fatica reale.
Fatico a comprendere il piacere della diffamazione, soprattutto quando arriva da chi si definisce “collega”.
Fatico a capire perché, nel mondo educativo e pedagogico, ci sia spesso più energia nel delegittimare che nel costruire, più bisogno di sminuire che di collaborare.
Fatico a capire come si possa lavorare come educatrici ed educatori senza una formazione adeguata, mentre chi studia, continua a formarsi e si assume la responsabilità di esporsi venga costantemente messo in discussione.
Fatico a capire coordinamenti educativi affidati non a competenze pedagogiche, ma al semplice fatto di essere proprietari di un servizio.
Fatico a capire come si possa essere messi davanti a bambini non verbali, a bisogni complessi, a fragilità profonde, senza strumenti, senza accompagnamento, senza un pensiero educativo solido alle spalle.
Come se l'esperienza bastasse da sola, come se la complessità non richiedesse studio, confronto, supervisione.
Fatico a capire le scuole che sono “montessoriane” solo per il piacere di usare un nome che vende, senza applicare un metodo, senza una formazione coerente, ma con rette più alte.
In educazione, i nomi non dovrebbero essere marketing.
Dovrebbero essere responsabilità.
Fatico a capire anche il proliferare di corsi “miracolosi” che promettono l'inverosimile:
spannolinamenti rapidi, sonno garantito, comportamenti risolti con formule valide per tutti.
Percorsi che spesso hanno come obiettivo principale la vendita, più che l'ascolto reale dei bambini e delle famiglie.
L'educazione non è un protocollo standard.
Non è una lista di controllo.
Non è una promessa uguale per tutti.
Ogni percorso è personale, attraversato da fattori emotivi, corporei, relazionali, ambientali e familiari.
Ridurre tutte le soluzioni universali significa ignorare questa complessità.
Fatico a capire i social usati come palcoscenico per costruire identità professionali che ancora non esistono, promettendo traguardi normativi non istituiti, titoli futuri, albi che non ci sono.
La pedagogia non è una scorciatoia.
E non è un personaggio.
Io non “mangio” con i social.
Non mangio con i libri.
Non mangio con le consulenze.
Non mangio con i materiali che rendo disponibili.
“Mangio” — ed è già una parola grande — facendo l'educatrice in classe.
Tutto il resto è un di più che faccio di notte, quando gli altri dormono.
Un lavoro invisibile a cui dedico testa, corpo e anima, perché è una parte del mio lavoro che amo, che mi dà senso, che mi permette di pensare, studiare, creare.
Anche quando non dà ritorni economici. Spesso nemmeno riconoscimento.
E allora sì, a volte fa persino sorridere — amaramente — tutta questa non collaborazione tra colleghi adulti.
Perché siamo noi, per etica e responsabilità, a insegnare educazione, rispetto, relazione.
E siamo spesso noi i primi a non praticarli.
Scrivo questo perché credo che l'educazione merita più onestà.
Più domande vere.
Meno slogan.
Meno promesse irrealistiche.
Meno guerre tra colleghi.
Perché quando smettiamo di interrogarci come adulti,
a perdere non siamo noi.
Sono i bambini.
IN SINTESI
→ Una critica alle promesse “miracolose” e alle scorciatoie professionali, soprattutto sui social.
→ Un richiamo all’etica: quando gli adulti smettono di interrogarsi, a perdere sono i bambini.
SENSO PEDAGOGICO
→ Riporta il focus sulla complessità dei percorsi e sul dovere adulto di coerenza e relazione.