Togliere il riposino a scuola?

Togliere il riposino a scuola?

Articolo scritto da Sara Corazza e Daniele Moca, medico di medicina generale

 

Nella scuola dell’infanzia di oggi manca qualcosa di fondamentale: il diritto al riposo.

Non un optional. Non una gentile concessione.

Ma un bisogno fisiologico, che in alcune realtà è stato progressivamente cancellato.

Sempre più scuole dell’infanzia stanno eliminando il momento del riposino pomeridiano:

  • per scelta gestionale,
  • per esigenze organizzative,
  • per mancanza di spazi.

Eppure, la pedagogia e la scienza ci insegnano che dormire è un’attività educativa primaria in questa fascia d’età.

I bambini non smettono di avere bisogno di dormire solo perché non ci sono letti. O solo perché hanno compiuto tre anni. I loro corpi continuano a chiedere riposo. Gli occhi si chiudono comunque.

Dormire è un bisogno fisiologico, come mangiare o andare in bagno.

E allora la domanda pedagogica diventa inevitabile:

che senso ha una scuola che si definisce “a misura di bambino” e poi non gli offre nemmeno uno spazio per chiudere gli occhi quando ne ha bisogno?

Possiamo davvero accettare che siano gli spazi, o il personale, a decidere se un bambino può dormire?

Ed è educativo ignorare un bisogno così primario?

Dormire fa crescere. Letteralmente.

Dormire fa crescere. Letteralmente.

Lo diciamo anche con un pizzico di ironia, ma con molta chiarezza:

una scuola che toglie il riposino non fa crescere.

Perché dormire fa crescere.

Fisicamente, cognitivamente, emotivamente.

Durante il sonno:

  • si consolidano le memorie,
  • si organizzano le informazioni apprese,
  • si producono ormoni fondamentali per la crescita,
  • si rafforza il sistema immunitario.

Impedire a un bambino di dormire non è una scelta neutra.

È un freno allo sviluppo.

Non si può parlare di inclusione, di benessere, di cura,

se non si risponde al primo bisogno che un bambino esprime

quando si strofina gli occhi

e cerca una copertina.

Come educatrice, pedagogista e medico di medicina generale, la posizione è chiara:

una scuola che nega il diritto al riposo non è una scuola a misura di bambino.

Non si tratta di obbligare. Si tratta di permettere.

Non si tratta di obbligare. Si tratta di permettere.

È importante dirlo con precisione:

nessun bambino dovrebbe essere forzato a dormire.

Ma chi ha sonno deve poterlo fare.

In modo sicuro. Dignitoso. Accogliente.

Le risposte organizzative

Le risposte che spesso vengono date alle famiglie fanno riflettere:

  • “Non abbiamo spazi per le brandine.”
  • “E se c’è un’emergenza? Come si evacua una stanza con bambini addormentati?”

Domande legittime.

Ma allora viene spontaneo chiedersi:

come fanno i nidi d’infanzia?

Come fanno gli ospedali, dove centinaia di persone dormono ogni giorno?

Chi ha il compito di educare ha anche il dovere di organizzare.

Il benessere del bambino non può dipendere dalla logistica.

Se mancano spazi o personale, è un problema dell’istituzione.

Ma non può ricadere sul corpo di un bambino di tre anni che crolla dal sonno alle due del pomeriggio.

Non si può chiedere a un bambino di adattarsi a un sistema che non si adatta a lui.

Quando il sonno negato diventa disagio

Quando il sonno negato diventa disagio

Ha senso, pedagogicamente parlando, vedere un bambino che:

  • si addormenta a terra, esausto?
  • dorme durante un’attività di manipolazione o di pittura?

O forse il problema non è il bambino, ma l’assenza di uno spazio pensato per lui?

Un bambino privato del riposino non diventa più attivo.

Diventa più stanco.

Più irritabile. Più nervoso.

E accade spesso – come i pediatri segnalano da anni – che l’eccessiva stanchezza diurna renda più difficile l’addormentamento serale.

Un paradosso che molte famiglie conoscono bene:

bambini sfiniti che non riescono a dormire.

Perché senza pause, corpo e cervello vanno in sovraccarico.

Il riposino non rallenta. Regola.

Il riposino non rallenta. Regola.

Offrire un’ora di riposo non significa rallentare il “programma”.

Significa rendere possibile la seconda parte della giornata.

Bambini più regolati.

Rientri a casa più sereni.

Serate con meno conflitti e più equilibrio.

Il riposino non è un lusso. È un bisogno.

E ignorarlo non è efficienza. È disattenzione educativa.

Conclusione

Restituire ai bambini la possibilità di dormire non è un passo indietro.

È un passo avanti.

Verso una scuola che accoglie davvero.

Che ascolta i corpi, non solo i calendari.

Che riconosce che educare significa anche prendersi cura dei bisogni primari.

Come pedagogista, continuo a chiedermelo – e a chiederlo ai contesti educativi: che idea di bambino stiamo sostenendo, se non gli permettiamo nemmeno di riposare quando il suo corpo lo chiede?

 

IN SINTESI
Togliere il riposino a scuola significa ignorare un bisogno fisiologico essenziale del bambino.
Il sonno è un’attività educativa che sostiene crescita, regolazione emotiva e apprendimento.
Negarlo per ragioni organizzative è un errore educativo e biologico, non una scelta neutra.
SENSO PEDAGOGICO
Riconoscere il riposo come diritto significa mettere davvero il bambino al centro.
La pedagogia tutela il corpo, i tempi e i bisogni reali, non li piega all’organizzazione.
Una scuola educativa si misura da come sa accogliere anche la stanchezza.
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