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L’ipocrisia dell’8 marzo: quando il rispetto dura un giorno
L’8 marzo torna puntuale ogni anno.
Con le frasi giuste.
Con i colori giusti.
Con le parole “donna”, “forza”, “rispetto”.
E poi?
Il 9 marzo tutto torna come prima.
La violenza non sparisce.
Cambia forma.
Diventa sottile.
Diventa quotidiana.
Diventa accettata.
Non tutta la violenza è uno schiaffo.
Non tutta la violenza lascia lividi visibili.
C’è una violenza che passa attraverso:
- il controllo
- la svalutazione
- il silenzio
- la delegittimazione
- la fatica normalizzata
- il “sei tu che esageri”
È una violenza che non scandalizza,
ma plasma.
Plasma relazioni.
Plasma modelli.
Plasma ciò che bambini e bambine imparano a chiamare “normale”.
L’educazione all’affettività non è:
- una lezione una tantum
- un laboratorio il 25 novembre
- un cartellone l’8 marzo
L’educazione all’affettività è:
- come parliamo alle donne tutti i giorni
- come distribuiamo il carico mentale
- come ascoltiamo (o zittiamo)
- come reagiamo alla rabbia femminile
- come consideriamo il sacrificio come “naturale”
I bambini imparano guardando, non ascoltando slogan.
“Trattiamo bene le donne.”
No. Questa frase è già sbagliata.
La donna non è una categoria fragile da proteggere.
È una persona. Come l’uomo.
Il rispetto non è un regalo, è una base.
365 giorni l’anno. Non uno.
Domanda scomoda, ma necessaria.
Serve a ricordarci:
- che siamo ancora contate a parte?
- che siamo ancora considerate un’eccezione?
- che il prezzo del lavoro di cura ricade ancora soprattutto su di noi?
- che troppe donne devono ancora scegliere tra carriera e famiglia?
- che la maternità è ancora un ostacolo e non un valore sociale?
Se serve solo a questo, allora sì: c’è da vergognarsi.
Sappiamo cosa dire.
Sappiamo cosa scrivere.
Sappiamo quali parole usare.
Ma non basta sapere.
Il sistema si inceppa quando:
- il lavoro di cura resta invisibile
- il sacrificio femminile è dato per scontato
- la fatica viene romanticizzata
- il “ce la fai” sostituisce il “ti sostengo”
La pedagogia lo dice da anni: i contesti educano più delle intenzioni.
La pedagogia non serve a fare belle frasi.
Serve a smontare ciò che è normalizzato.
Serve a dire che:
- la violenza sottile è violenza
- il silenzio educa quanto le parole
- il rispetto non si celebra, si pratica
- l’affettività si costruisce nei gesti quotidiani
Serve a riportare responsabilità collettiva,
non colpa individuale.
In conclusione
Non deve aver bisogno dell’8 marzo per ricordarsi che il rispetto è un diritto.
si ha bisogno che:
- il rispetto diventi prassi
- la cura diventi valore sociale
- la parità smetta di essere una concessione
- la donna smetta di essere un’eccezione da celebrare
La vera domanda educativa non è: “Come celebriamo la donna?” ma
Che tipo di relazioni stiamo insegnando, ogni giorno, senza accorgercene?