Il progetto “Alice e il Signor Tumore”

Una storia sociale che diventa mediazione educativa, cura relazionale e linguaggio possibile

Cosa succede quando una famiglia entra in ospedale con un bambino piccolo?

Non succede “solo” che iniziano cura, visite, procedura.
Succede che cambia il modo in cui il bambino viene guardato.
E cambia il modo in cui gli adulti imparano a parlare.

Il progetto “Alice e il Signor Tumore” nasce esattamente in questo spazio fragile e potentissimo: dove la medicina è necessaria, ma non sufficiente; dove il bambino non è un caso clinico, ma una persona in relazione; dove la famiglia non è un contorno, ma un sistema emotivo che tiene – o crolla – a seconda di come viene accolto.

Questo non è un articolo di presentazione. È una lettura pedagogica completa del progetto: di ciò che è, di ciò che fa, di ciò che rende visibile, di ciò che manca ancora nei contesti educativi e sanitari.

Se il bambino non ha parole per dire “tumore”, chi gliele dà?

“Alice e il Signor Tumore” è una storia sociale. È una storia vera. È uno strumento educativo. È una presa di posizione culturale.

Come pedagogista, prendo posizione su questo punto: non basta curare i bambini. Servire prendersi cura del modo in cui vivono la cura.

E la domanda che resta aperta è una responsabilità collettiva: che tipo di cultura della cura stiamo costruendo, oggi, attorno ai bambini?

 

IN SINTESI
“Alice e il Signor Tumore” è una storia sociale che racconta la malattia dal punto di vista di una bambina, traducendo l’esperienza ospedaliera in parole comprensibili e abitabili.
Non semplifica la realtà, ma la rende dicibile, restituendo centralità alla relazione, al corpo e alle emozioni.
È uno strumento educativo per famiglie, scuole e contesti di cura.
SENSO PEDAGOGICO
Il progetto afferma che la cura non è solo clinica, ma anche educativa e relazionale.
Dà voce al bambino, promuove consenso, mediazione e umanità nei contesti sanitari.
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