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Dolci, regali e automatismi: che senso ha oggi la Befana?
La Befana arriva ogni anno con una scena che conosciamo bene:
la calza piena di dolci e cioccolato.
Un rito familiare, ripetuto.
Che spesso smette di essere pensato
e inizia semplicemente a essere fatto.
Quando il gesto si ripete perché “si fa così”.
Quando il contenuto conta più del significato.
Quando la velocità prende il posto della scelta.
Quando la bellezza lascia spazio all’instagrammabile,
più pensato per essere mostrato che vissuto.
Non è una regola. È un’abitudine.
Non esiste nessuna indicazione educativa,
nessuna necessità reale,
che dica che a Befana si debbano regalare dolci.
Così come non esiste l’obbligo
di acquistare una calza preconfezionata.
Quello che spesso scambiamo per tradizione
è, in realtà, una consuetudine commerciale.
Comoda, diffusa, rassicurante.
Ma non per questo educativa.
Festeggiare non significa riempire
Una calza può anche essere composta.
Con ciò che davvero piace al bambino.
Con qualcosa di scelto, non solo acquistato.
È vero: la calza pronta è più veloce.
E in certi momenti è una scelta comprensibile.
Ma la velocità, da sola,
non costruisce il senso del rito.
La domanda educativa
Il dolce ha un valore simbolico.
È eccezione, piacere, festa.
Come e se proporlo è una scelta privata della famiglia.
Qui il punto non è il dolce.
È il senso del gesto.
In un contesto già saturo di oggetti e stimoli,
la domanda educativa non è solo quanto dare,
né semplicemente cosa dare.
La domanda è:
che cosa stiamo insegnando attraverso ciò che scegliamo di dare.
Anche dare troppo, senza mediazione,
può diventare un gesto vuoto.
Non si tratta di togliere.
Non si tratta di sostituire.
Si tratta di scegliere,
di pensare il gesto,
di restituirgli senso.
Anche una festa può diventare
uno spazio educativo
se smette di essere automatica
e torna a essere intenzionale.
Non per fare di più.
Ma per abitare meglio ciò che già c’è.